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Paola Cavallero: riforma della giustizia, tempistica e attuazione

Senza riforme della giustizia, niente fondi del Recovery. Si tratta di una sfida complessa, faticosa e difficile per rispondere alla quale c’è meno tempo di quanto si potrebbe pensare.

Stante la rilevanza strategia della riforma della Giustizia per il rilancio economico e per la coesione sociale, le tempistiche per l’attuazione del piano in materia di giustizia civile sono abbastanza veloci: sono previste leggi delega entro la fine del 2021, decreti attuativi entro la fine del 2022, mentre entro la fine del 2023 gli eventuali ulteriori strumenti attuativi quali i decreti ministeriali e/o regolamenti, salvo anticipazioni con la decretazione d’urgenza.

La gestione degli oltre 200 miliardi che arriveranno dall'Europa è un compito delicatissimo perché non si tratta di fondi di cui decidere solo la destinazione, ma di impegni e progetti sui quali Bruxelles dovrà dire la sua. 

L'Italia quindi resterà sotto esame sino a quando i fondi avranno compiuto la loro missione di supporto ad una economia devastata dalla pandemia.

Cosa che dà maggiori garanzie che le cose che si vogliono fare non si perdano nei mille rivoli che burocrazia, inanità e anche corruzione potrebbero condizionare. Dopo l’invio alla Commissione Europea, quest’ultima ha due mesi di tempo per valutare i contenuti del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr). La Commissione può chiedere informazioni supplementari e formulare osservazioni che possono portare a una revisione del piano. Se la valutazione è positiva, la Commissione formula una proposta al Consiglio, composto da ministri in rappresentanza di ciascuno Stato membro, che adotta entro un mese una decisione di esecuzione con l’indicazione dell’entità del contributo finanziario. L’ultimo passaggio, prima dell’erogazione di un anticipo sulle risorse, è la stipula tra la Commissione e lo Stato membro di un accordo che «costituisce un impegno giuridico specifico ai sensi del regolamento finanziario» (art. 23). Esso obbliga inoltre lo Stato a effettuare verifiche sull’utilizzo dei finanziamenti e ad adottare misure per evitare le frodi, la corruzione e i conflitti di interesse. Il piano prevede obiettivi, impegni e finanziamenti che coprono un arco temporale di cinque anni ed è modificabile solo «a causa di circostanze oggettive». Lo Stato deve presentare alla Commissione una richiesta motivata che può essere respinta dopo una fase di contraddittorio.

Si tratta di una sfida complessa, faticosa e difficile per rispondere alla quale c’è meno tempo di quanto si potrebbe pensare: il Governo vuole agire in fretta  ma si tratta di un progetto ancora  in fase embrionale. Se i tempi saranno rispettati, gli impatti positivi sulla durata dei procedimenti potranno vedersi “verosimilmente alla fine del 2024”.

Il PNRR enuncia principi sui quali non si può non concordare, fissa concetti ampi e alcune condivisibili priorità dando, tuttavia, delle indicazioni generali, alcune delle quali forse troppo sintetiche.

Per poter esprimere un parere sarà necessario attendere di leggere proposte di intervento maggiormente dettagliate, di vedere come verranno sviluppati concretamente i progetti che, allo stato, non appaiono sufficientemente specificati e mancano ancora dei dettagli operativi.

I tempi paiono ancora prematuri per capire se la direzione in materia di giustizia civile (e non solo) sia davvero quella giusta ed esprimere valutazioni approfondite sull’efficacia nel lungo periodo delle indicazioni contenute nel PNRR.

Considerati gli obiettivi ambiziosi indicati nel piano italiano e la radicalità di alcune riforme strutturali in materia di pubblica amministrazione, giustizia e concorrenza, nei prossimi mesi potranno porsi dei problemi che ci si auspica - quantomeno è lecito sperare che sia così - possano essere risolti nel breve. Tutti dovranno collaborare in un’ottica di coesione, condivisione e sinergia per cercare di dare un contributo, almeno in questo momento storico, mettendo da parte ideologie o contrapposizioni personali o di “partito” del momento. Il Ministro Marta Cartabia, sulle divergenze tra i partiti, in un’intervista ha aggiunto: "Proprio la giustizia deve diventare il terreno sul quale ritrovare lo spirito di unità nazionale. Le diversità resteranno, come nella stagione che portò alla nascita della Costituzione, ma come allora si può provare a ricomporre le fratture su progetti precisi in nome di uno scopo più grande". 

Staremo a vedere come i progetti del Piano troveranno via via concreta realizzazione.

Profonde riforme sono state pensate e presentate.

Molte volte. Tutti hanno provato a riformare.

Che qualcosa nelle precedenti riforme non abbia funzionato è conclamato dalla necessità manifestata dal Presidente Draghi di risolvere la stasi, la durata e la lentezza dei processi, che pesa inesorabilmente sulle dimensioni degli arretrati.

Le condizioni in cui versa il sistema Giustizia sono da tempo presenti e vanno aggravandosi per effetto di una serie di provvedimenti tampone privi di sostegno finanziario ma, tuttavia, voluti: non poteva non esserci la consapevolezza che probabilmente sarebbero stati pagati dei prezzi, ma si pensava – forse -  che si sarebbe dovuto "scontare" un prezzo ragionevole rispetto al miglioramento di un servizio che nel nostro Paese, viceversa, è rimasto carente.

Quello che traspare oggi è che le riforme del PNRR non sembrano orientate verso direzioni molto diverse rispetto al passato, con la ripetizione di alcune soluzioni già lette e proposte.

Ed allora la domanda che ci si pone è: di fronte all'incertezza, purtroppo persistente e reiterata, si può davvero parlare di una riforma epocale? Perché oggi dovrebbe essere la volta buona?

Perchè, diversamente rispetto al passato, non arriverebbero i soldi europei che sono “a rate, in quanto vincolati all’effettivo sviluppo delle riforme base del Paese”: il 25 aprile, in un'intervista alla Stampa, Marta Cartabia ha dichiarato "deve essere molto chiaro che senza riforme della giustizia, niente fondi del Recovery".  

Nell’ottica del PNRR e dell’assegnazione delle risorse connesse al Recovery Fund la riforma “ora deve diventare un terreno dove trovare una convergenza”, come ha detto il  Ministro della Giustizia: non si potrà prescindere dalla consultazione, dal confronto, dal dialogo tra i vari soggetti istituzionali, politici e sociali, le componenti legislative, i giuristi, i principali operatori della giustizia (magistratura e avvocatura),

Per affrontare i problemi della giurisdizione occorrerà attuare momenti di studio condivisi in grado, finalmente, di risolvere i problemi della giurisdizione e mettere in campo tutte le forze per una riflessione corale e globale sulla riforma della Giustizia. 

E’ un problema di giustizia sostanziale, di giustizia giusta, di giusto processo: in fondo il cittadino non chiede la “luna nel pozzo”, ma solo che i processi vengano celebrati e giungano a sentenza in tempi rapidi, siano celebrati con il rispetto delle regole, con la tutela ed il rispetto della dignità umana di un cittadino, che giungano a compimento. E’ il cittadino che vuole avere una giustizia che sia almeno simile a quella che si ha nel resto dell'Europa, in un paese occidentale, una giustizia giusta che garantisca.

Ci si dovrà preoccupare degli strumenti a disposizione, dei tempi con i quali si attueranno le riforme e degli strumenti per realizzarle e, ancora, delle conseguenze pur prevedibili di queste riforme: quello che interessa è la linea d'azione da seguire e che la si intraprenda senza ulteriori indugi.

Evitare, quindi, che con un'emergenza se ne giustifichi un'altra, addirittura, che da un'emergenza, in una spirale perversa di causa ed effetto, se ne generi un'altra, che poi naturalmente metta altri organi  in condizione di dover intervenire e di fare ciò che non si è fatto o non si è fatto come si sarebbe dovuto.

È noto a tutti che non si possono fare riforme a costo zero, le riforme di facciata in materia di giustizia non hanno percorso: la giustizia è un settore estremamente delicato in cui sono in gioco i diritti di libertà dei cittadini; non a caso, come ha osservato Draghi, il grado di civiltà di un paese si misura dall'equità del suo sistema giudiziario. L’amministrazione della giustizia rappresenta una delle funzioni fondamentali dello Stato, cui devono essere dedicate risorse umane, intellettuali, finanziarie adeguate.

L'estrema lentezza e farraginosità della giustizia richiede interventi urgenti: con la sostanziale paralisi dei processi, con i tempi estremamente lunghi e costosi della soluzione delle controversie (le aziende, spesso sono costrette a ricorrere ad esempio a costosi arbitrati) - soprattutto in alcune grandi sedi giudiziarie - lo Stato viene meno, in pratica, ad uno dei suoi compiti fondamentali. Tra gli effetti negativi che ne conseguono v’è anche la riduzione delle garanzie sostanziali che pone il nostro sistema giudiziario - sotto il profilo dell'efficienza e del garantismo – in difficoltà rispetto a quello degli altri paesi dell'Unione europea, con i quali dobbiamo continuamente confrontarci.

E ciò sia per ragioni inerenti all'economia sia, soprattutto, per ragioni di civiltà: questa situazione rappresenta un elemento di debolezza per il sistema Italia, anche nell'ambito della Comunità Europea, in quanto la paralisi della giustizia civile fa venir meno, o almeno inficia, la certezza del diritto nei rapporti commerciali e finanziari.

Una giustizia, civile e penale, efficiente e giusta - eterno anelito delle generazioni, nel loro travagliato avvicendarsi e nel loro travagliato cammino, e sempre agognata ed inseguita - rappresenta uno degli obiettivi prioritari che questo (come qualsiasi altro) Governo deve porsi, al fine di modernizzare il Paese.

Ecco perché deve esserci un'unione di valori e di posizioni nel dibattito intellettuale e nella scena politica. Sarà vitale non solo resistere all'impatto sociale ed economico della crisi pandemica ma anche avviare e portare a compimento le riforme strutturali e di contesto previste nel Piano, necessarie perché l’Italia emerga più forte in futuro.

L'esigenza di garanzia e di tutela va preservata in un Paese civile e moderno, in una grande democrazia qual è - e vogliamo continui ad esserlo - la nostra!

Perché, come diceva Marthin Luther King: “No, non siamo ancora soddisfatti, e non lo saremo finché la giustizia non scorrerà come l’acqua e il diritto come un fiume possente”.

 

Paola Cavallero

Senior Associate Lawyer at Mainini & Associati

 

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