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Giustizia sportiva, potere e riforme: l’Avv. Riccardo Di Bella denuncia le criticità del sistema federale

Dall’esperienza personale nel caso FISE alla richiesta di riforma dello Statuto CONI: “Serve vera indipendenza degli organi di giustizia e stop al voto per delega”

Avvocato Di Bella, la sua lettera alla nostra redazione è un atto forte, articolato e documentato. Da dove nasce lesigenza di rendere pubblica questa vicenda?

Nasce da un’esperienza personale durata sette anni, nel corso dei quali ho dovuto difendere mio fratello da quello che ritengo un abuso di potere all’interno della Federazione Italiana Sport Equestri. Non parlo per sentito dire, ma sulla base di atti processuali e documenti ufficiali. La mia non vuole essere una battaglia personale: è il tentativo di contribuire a una riforma strutturale della giustizia sportiva, perché ciò che è accaduto non rappresenta un caso isolato, bensì un sintomo di un malessere più profondo.

Lei parla di emergenza democratica” nel sistema sportivo. Perché usa parole così nette?

Perché i numeri impongono una riflessione seria. In Italia circa quindici milioni di cittadini sono tesserati al CONI, su una popolazione di cinquantotto milioni. Significa che oltre un quarto degli italiani entra in contatto con il sistema sportivo, spesso sin dall’adolescenza.

La Costituzione riconosce il valore educativo e sociale dello sport. Se però all’interno delle federazioni si consolidano dinamiche di concentrazione del potere, allora il rischio è che i principi di legalità, separazione dei poteri e trasparenza restino mere enunciazioni.

Entriamo nel merito. Quali sono, secondo lei, i nodi strutturali da sciogliere?

Tre punti fondamentali:

  1. L’effettiva indipendenza degli organi di giustizia federale.
  2. L’autonomia reale dell’Organismo di Vigilanza.
  3. L’eliminazione del voto per delega.

Oggi, i componenti degli organi di giustizia federale sono nominati dal Consiglio federale su proposta del Presidente. Analogamente, l’Organismo di Vigilanza viene spesso nominato su indicazione del vertice federale. Questo crea una concentrazione di potere che, in assenza di contrappesi, può degenerare.

Nella sua lettera cita in modo esplicito lAvv. Marco Di Paola.

Sì, mi riferisco a Marco Di Paola, già Presidente della FISE e oggi Vicepresidente del CONI. Ritengo emblematico il suo caso perché dimostra come la concentrazione di poteri possa incidere sugli equilibri interni.

Nel caso del Comitato regionale FISE Sicilia, di cui mio fratello era Presidente, si è arrivati a un commissariamento che considero illegittimo nella forma e nella sostanza. Dagli atti emerge, ad esempio, la vicinanza di un membro dell’Organismo di Vigilanza a un consigliere federale, con conseguenti criticità sull’autonomia dell’organo.

Lei parla anche di limitazioni al diritto di difesa, persecuzione giudiziaria e  di sanzioni sproporzionate.

Esatto. In sede federale, mio fratello è stato condannato sulla base di atti sottoscritti dal medesimo Presidente federale, senza la possibilità di escutere testimoni o accedere a documentazione utile alla difesa. Inoltre, la sanzione irrogata risultava manifestamente sproporzionata rispetto alla contestazione.

Questo solleva una domanda cruciale: può dirsi realmente indipendente un organo giudicante che opera in un sistema di nomina così strutturato?

Un altro punto critico riguarda il voto per delega.

Il voto per delega consente, in concreto, di concentrare preferenze in capo a pochi soggetti. Nelle elezioni regionali FISE del novembre 2019, successive al commissariamento, fu reso noto quale fosse il candidato gradito al Consiglio Federale. A un elettore che aveva conferito delega a un candidato alternativo sarebbe stata rivolta una minaccia: qualora non avesse revocato la delega, sarebbero stati ostacolati i lavori di ristrutturazione del proprio maneggio.

Sono fatti che, se confermati, delineano un clima incompatibile con una democrazia interna sana.

Lei richiama anche il tema della mentalità mafiosa”.

Cito Leonardo Sciascia, che parlava di spirito mafioso come espressione di ogni forma di potere assoluto. Non è una questione geografica, ma culturale.

Del resto, il Generale Cataldi, primo Procuratore Generale del CONI, parlò apertamente di “lobby delle federazioni” e di resistenze a ogni tentativo di riforma, fino alle sue dimissioni, riportate dal Corriere della Sera.

Quando chi prova a introdurre elementi di terzietà incontra un muro, il problema non è episodico, ma sistemico.

A settembre 2025 è stata istituita, dal CONI con il Governo, una Commissione per la riforma della giustizia sportiva, per modernizzare il sistema, che è composta da 13 esperti, tra cui il coordinatore avv. Marco Di Paola e il prof. Alberto Gambino. È un segnale positivo?

In linea di principio sì. Ma desta perplessità che il coordinamento sia stato affidato proprio a Marco Di Paola.

Ho scritto ai componenti della Commissione, al Ministro per lo Sport Andrea Abodi, al Presidente del CONI Buonfiglio, al Presidente del CIP Luca Pancalli e al Segretario Generale del CONI Carlo Mornati, evidenziando l’inopportunità di tale scelta.

Una riforma credibile deve essere percepita come realmente super partes.

In conclusione, qual è la riforma più urgente?

Separare nettamente i poteri. Garantire che chi governa una federazione non possa, direttamente o indirettamente, incidere sulla nomina dei giudici federali e sugli organismi di controllo. Eliminare il voto per delega. Rafforzare gli strumenti di autotutela del CONI.

Se lo sport è scuola di vita, allora deve essere anche scuola di legalità. Diversamente, rischiamo di trasmettere ai giovani un messaggio distorto: che il potere conta più delle regole.

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