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Le imprese continuano a morire di Covid, soprattutto al Centro - Sud

73.200 le imprese a rischio chiusura, quasi 20mila al Sud e 17.500 al Centro. E' quanto emerge da Indagine SVIMEZ-Centro Studi Camere di commercio G.Tagliacarne

L'indagine resa pubblica oggi da SVIMEZ e Centro Studi delle Camere di Commercio Guglielmo Tagliacarne rappresenta uno scenario che pone grandi interrogativi circa quanto riportato solo pochi giorni fa da Assolombarda che dichiara che in media d’anno si stima un +4,4% per il PIL italiano nel 2021, e quindi  perfettamente in linea con le altre maggiori economie europee (Germania +3,6%, Francia +4,9%, Area euro +3,9%).

I numeri della ricerca presentata oggi, condotta su un campione di 4mila imprese manifatturiere e dei servizi tra 5 e 499 addetti, fanno emergere dati assolutamente allarmanti. 73.200 imprese italiane tra 5 e 499 addetti, il 15% del totale, di cui quasi 20mila nel Mezzogiorno (19.900) e 17.500 al Centro, sono a forte rischio di espulsione dal mercato. Di queste, una quota quasi doppia riguarda le imprese dei servizi (17%), rispetto alla manifattura (9%). Sono quelle che hanno forti difficoltà a “resistere” alla selezione operata dal Covid come risultato di una fragilità strutturale dovuta ad assenza di innovazione (di prodotto, processo, organizzativa, marketing), di digitalizzazione e di export, e di una previsione di performance economica negativa nel 2021.

“Dall’indagine emerge, oltre a una differenziazione marcata tra Nord Est e Nord Ovest, anche la fragilità di un Centro che si schiaccia sempre più sui valori delle regioni del Sud  – commenta il Direttore SVIMEZ, Luca Bianchi – I diversi impatti settoriali, con la particolare fragilità di alcuni comparti dei servizi, impongono, dopo la prima fase di ristori per tutti, una nuova fase di interventi di salvaguardia specifica dei settori in maggiore difficoltà, accompagnabili con specifiche iniziative per aumentare la digitalizzazione, l’innovazione e la capacità esportativa delle imprese del Centro-Sud”. 

Gaetano Fausto Esposito, direttore generale del Centro Studi delle Camere di commercio G. Tagliacarne, avverte “è possibile che le imprese del Mezzogiorno possano conseguire quest’anno risultati ancora più negativi rispetto alle loro aspettative, perché meno consapevoli dei propri ritardi accumulati sui temi dell’innovazione e del digitale. Anche per questo c’è bisogno di un patto per un nuovo sviluppo che tenga conto della gravità della situazione e del preoccupante aumento dei divari nel nostro Paese”. 

Dalla lettura e analisi dell'indagine emerge quanto sia da ripensare anche il modello di fare impresa in Italia, perchè quasi la metà (48%) delle imprese italiane è assolutamente a rischio a causa del non essere digitalizzata, innovativa e poco attenta al mercato estero. Queste fragilità diventano più rilevanti nel Sud dove ben il 55% di imprese ha queste caratteristiche, a fronte del 50% al Centro e del 46% e 41% rispettivamente nel Nord-Ovest e nel Nord-Est.

Il settore più colpito da questa arretratezza è quello dei servizi, dove i deficit di innovazione e digitalizzazione fanno sì che le imprese fragili superino il 50% a livello nazionale, sfiorando il 60% al Sud. Meglio, ma comunque non bene, il comparto manifatturiero con media nazionale del 31% e picco del 39% nel Mezzogiorno.

La crisi non è affatto finita, anzi dobbiamo ancora vederne i reali effetti e si prevedono per il 2021 significativi cali di fatturato tanto per le imprese dei servizi (30%) che per quelle manifatturiere (22%). 

 

Massimo Maria Amorosini

Direttore Responsabile Economia News

 

 

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